Il giudizio oggettivo

di Daniele Cernilli 20/07/20
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musei vaticani michelangelo

Ogni giudizio di valore, anche se basato su parametri condivisi, non può prescindere dal fatto che è espresso da un soggetto che ha conoscenze, attitudini e capacità tecniche personali. 

Come alcuni di voi sapranno per alcuni anni della mia vita mi sono occupato di filosofia. Ho conseguito una laurea esattamente 40 anni fa e qualcosa mi ricordo ancora. Lo scrivo anche per giustificarmi, e per cercare di spiegare qualche mia perplessità quando sento fare affermazioni, magari dettate dalle migliori intenzioni, ma che a livello logico e filosofico sono poco o per nulla sostenibili. 

Una delle più comuni nel nostro mondo è quella secondo cui il giudizio del vino dovrebbe sempre essere “oggettivo”. Ora, se con quel termine si intende “imparziale”, non condizionato da elementi poco consoni, molto personali, come la simpatia per un produttore, o peggio, qualche inconfessabile interesse di carattere economico, ma anche dall’espressione acritica di un gusto personale non supportato da elementi di approfondimento, posso quanto meno capire l’intenzione. Se invece, come qualche volta mi capita di leggere, l’“oggettività” vorrebbe significare qualcosa di indiscutibile, che prescinde da un soggetto valutante, e che tutti sarebbero obbligati ad accettare perché, appunto, qualcosa di “oggettivo”, allora comincio a non essere più d’accordo. 

Ogni valore esiste perché c’è un valutante, sosteneva il mio maestro di filosofia Guido Calogero. Ogni giudizio di valore, anche se basato su parametri condivisi, non potrà mai prescindere dal fatto che è espresso da un soggetto, che ha conoscenze, attitudini, capacità di analisi sensoriali, personali e diverse da chiunque altro. Non abbiamo tutti lo stesso naso e la stessa lingua, insomma. Si può limitare l’incidenza della soggettività adottando parametri, schede di analisi sensoriale, cercando cioè degli elementi comuni in un vino. Ma già valutare l’aderenza a un concetto di territorialità, di tipicità, determina aspetti di carattere personale molto evidenti

Analizzare se un filo di volatile o un filo di brett siano difetti o meno, o se quei tannini di quel Barolo o di quell’Aglianico del Vulture siano adeguati alla tipologia e all’annata, oppure no, o se l’acidità sia congrua, bassa o eccessiva, sono elementi che ciascuno tende a considerare in modo personale, che se ne renda conto o meno. Anche fra esperti, anche in commissioni di assaggio dove tutti cercano di lavorare in modo simile. E d’altra parte a tutti sarà accaduto di vedersi valutare in modo diverso da professori più o meno severi a scuola, magari su argomenti analoghi. E in quel caso si tratta di valutare persone, non vini, cosa alquanto più complessa. 

Lo stesso passaggio da un’analisi organolettica, quindi qualitativa ed estetica, sintetizzandola in un voto numerico, quantitativo, pone dei problemi non piccoli. Si fa comunemente per ragioni pratiche, come si fa a scuola, ma la discussione sulla sua attendibilità è vecchia di secoli, e non è un numero che determina l’oggettività. 

Perciò, fatti salvi alcuni elementi di buon senso e di onestà intellettuale, che hanno a che fare con la deontologia, con la moralità delle persone che esprimono un giudizio, e anche con la loro capacità tecnica, personalmente eviterei di usare il termine “oggettivo” in senso forte, nella sua assolutezza, che è poi il suo significato più autentico. Quando si giudica un vino basta dichiarare quali sono le ragioni per le quali si dà una valutazione, basta essere onesti intellettualmente e considerare che si ha a che fare con il lavoro degli altri. Nella fattispecie con quello di molti produttori che cercano di fare il meglio che possono, nella maggior parte dei casi, e che meritano di essere considerati con attenzione e rispetto e non come un bersaglio per un tiro a segno un po’ sadico giustificato su una pretesa e mal posta “oggettività” del giudizio.





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