L’Amarone retrocede

di Daniele Cernilli 23/11/20
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Appassimento uve Amarone della Valpolicella

Su richiesta del Consorzio di Tutela, la Regione Veneto ha autorizzato l’anticipo della vinificazione delle uve appassite per la produzione di Amarone e Recioto. Non si corre così il rischio di banalizzare un grande vino?

Non si tratta di una retrocessione calcistica, ovviamente, ma del Decreto 161 del 6 novembre 2020, nel quale la Direzione agroalimentare della Regione Veneto, su espressa richiesta del Consorzio Tutela Vini della Valpolicella, autorizza l’inizio delle pratiche di vinificazione delle uve messe ad appassire per produrre Amarone fin dal 16 novembre, anticipando di due settimane rispetto alla regolamentazione precedente, e quindi facendo retrocedere i termini. Questo perché, viene detto, il livello di contenuto zuccherino presente in questa vendemmia 2020 è già adeguato per la realizzazione dell’Amarone. 

Ora, già la data del primo di dicembre era molto anticipata, soprattutto se si fa riferimento a una tradizione che inizialmente prevedeva l’appassimento fin quasi a Pasqua. Retrocedere ancora sembra più un’operazione atta a contenere costi di produzione, abbassando ulteriormente quelli di vendita, creando perciò un business più ampio, ma anche vini più semplici. Il rischio di banalizzare un vino di punta come l’Amarone, appiattendolo almeno nei caratteri organolettici su una tipologia più vicina ai Ripasso, c’è tutto, indubbiamente. 

E se esistono parentele fra l’antico Acinaticum e il moderno Amarone andrebbero ricordate le parole di Cassiodoro che parlando di quel vino antico scriveva “il mosto freddo sangue spremuto nel rigore dell’inverno”, per sottolineare che era nel periodo più freddo dell’anno il momento più adatto per vinificarlo. 

Per tutti questi motivi mi sembra quanto meno affrettata una decisione del genere, che ha ovvie ragioni alla sua base, ma che non tiene conto, a mio sommesso parere, di due aspetti fondamentali. Il primo è che si allontana da una visione tradizionale di cosa debba essere l’Amarone. Non credo che dei “padri della patria” oggi purtroppo scomparsi, come Bepi Quintarelli, Marta Galli o Nino Franceschetti sarebbero stati d’accordo con una decisione del genere. E questo pur considerando che l’Amarone così come lo conosciamo è un vino relativamente moderno nella sua origine, che data a non più di sessanta o settant’anni fa. 

Il secondo è chiedersi una volta per tutte che cosa sia o debba essere un “grande vino”, e cosa è necessario fare per difendere i suoi caratteri che lo hanno portato ad essere tale. In entrambi i casi la “retrocessione” non mi sembra in linea con questi aspetti. Parere personale, ovviamente.





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