La Borgogna immaginaria

di Daniele Cernilli 23/07/18
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Antonio Albanese sommelier per la Borgogna immaginaria DoctorWine. Editoriale Daniele Cernilli

Ci sono schiere di personaggi un po’ folkloristici che si riempiono la bocca di nomi e di cru di Borgogna per passare da esperti di vino.

Nel 1975 Vittoria Ronchey scrisse un visionario romanzo dal titolo Figlioli miei, marxisti immaginari. Parlava del mondo giovanile di allora e di come molti, precursori di quella che oggi chiamano la gauche caviar, pensavano di essere marxisti essendo invece tutt’altro.

Nel piccolo mondo degli appassionati di vino a Marx si è sostituito il Pinot Noir e al Capitale gli scritti dei blogger e degli esperti che si occupano dei vini di Borgogna. Nonostante un dato che, per quanto riguarda l’Italia, è davvero singolare. Perché a fronte del grande interesse e del fatto che parlare di vini di Borgogna “fa fico”, solo lo 0,4% dell’export dei vini di Borgogna prende la strada dell’Italia. Meno di un decimo di quello che va in Belgio o in Svizzera, tanto per fare dei paragoni.

Nonostante questo da noi pullulano personaggi che si autodefiniscono grandi cultori della materia. Intendiamoci, ce ne sono di grandi esperti, penso ad Armando Castagno, a Gianni Fabrizio, a Giancarlo Marino e al “nostro” Dario Cappelloni, ad esempio. Ma ci sono anche schiere di personaggi un po’ folkloristici che si riempiono la bocca di nomi e di cru ma temo che le bottiglie le abbiano solo viste su qualche sito di vendita on line.

Ormai, quando mi iniziano a parlare di vini di Borgogna, sto adottando uno stratagemma. Chiedo ai miei interlocutori di citarmi almeno i Grand Cru principali della Côte de Nuits, così, quasi per fare una gara mnemonica. Se riescono a dirmi qualcosa, e accade abbastanza raramente, allora si passa oltre, altrimenti propongo di dirigere eventualmente il discorso su temi più conosciuti.

Ricordo ancora che molti anni fa, visitando la cantina di Eric Rousseau, lui, che evidentemente non ne poteva più di gente che lo voleva conoscere ma che non sapeva nulla dei suoi vini, propose a me e a Silvano Prompicai, mio compagno di viaggi borgognoni, di mettere in ordine d’importanza e alla cieca i vini contenuti in sei bicchieri. Si andava dal Gevrey Chambertin Village fino allo Chambertin, passando per Clos de la Roche, Charmes Chambertin, Clos St. Jacques e Clos de Beze. Lo facemmo, lui non ci disse se avevamo azzeccato o meno, ma solo che potevamo continuare a chiacchierare con lui. Capisco che sono comportamenti un po’ antipatici, però c’è anche da capire che molte persone cercano di legittimarsi come grandi esperti senza esserlo, e quando incontrano qualcuno che invece ne sa molto, allora sono dolori.

Ma tornando alla Borgogna e ai suoi vini, qualche volta sono eccezionali, ma molto più spesso estremamente deludenti, proprio per questi motivi l’attenzione e la competenza devono essere profonde per capirci qualcosa, pena il fatto di pagare a caro prezzo bottiglie che valgono meno di un normale rosso di qualche area minore dell’Italia centrale. Perché con l’entrata in scena dei big spender del Far East i prezzi dei migliori fra i rossi borgognoni sono balzati alle stelle, e oggi per un semplice Village del 2016 di un produttore di prestigio ci vogliono, in cantina, anche più di 60 euro. Il che vuol dire che ce ne vorranno, in Italia e in enoteca, più del doppio.

Non parliamo poi dei Premier Cru e dei Grand Cru, che costeranno una follia. Con il prevedibile risultato che quello 0,4% si ridurrà ancora di più e che quindi per noi quei Borgogna saranno solo dei vini “immaginari”.





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