La Cina, il vino e la “rivoluzione nazionalista”

di Redazione 15/06/20
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degustazione di vino in Cina

Abbiamo letto sul blog.zine di Stefano Tesi, Alta Fedeltà questo interessante articolo sul progetto del Chinese Wine Evaluator per varare un proprio sistema di rating per il vino basato su criteri “cinesi”. 

Mi pare passata quasi sotto silenzio (mi ha anticipato qualche giorno fa l’amico Carlo Macchi), o comunque con una rilevanza enormemente inferiore a quella che nell’ambiente avrebbe meritato, una notizia che mi ha invece fatto sobbalzare sulla sedia: la Cina sta mettendo a punto (nel senso che esiste già e ora si sta passando all’applicazione concreta) un suo “sistema ufficiale” (conoscendo il paese, da intendersi “statale“) di valutazione del vino. Un punteggio in centesimi dato in base a dieci parametri, variabili fino a venti. Con “simulazioni” fatte su campioni europei che non fanno affatto ben sperare circa la corrispondenza delle valutazioni occidentali con quelle orientali. Traduzione: un vino ottimo da noi potrebbe risultare mediocre da loro, con ciò che ne consegue in termini di appeal commerciale.

“Lo scopo  – riporto da un comunicato stampa che a sua volta si richiama al sito del CWE, il Chinese Wine Evaluator – è stabilire un sistema di punteggio che si adatti al consumatore cinese. Il sistema rende più facili le sue scelte, gli consente di gratificare meglio le sue preferenze e quindi dà più valore commerciale al vino. Il CWE è l’istituzione che ha il mandato di stabilire un sistema di punteggio del vino con caratteristiche cinesi e ha come obiettivo la costruzione di una piattaforma di comunicazione per i professionisti internazionali del vino, per aiutare le cantine e gli importatori di vino a capire meglio il consumatore cinese e il mercato in Cina”.

A me pare una bomba, per comprendere il potenziale della quale basta provare a leggere tra le righe: Pechino  – questo il senso del messaggio – sta riscrivendo in chiave cinese, e ovviamente in senso coerente agli “interessi” nazionali, gli standard di qualità per la valutazione del vino. Criteri che poi troveranno applicazione nel commercio, nell’importazione e nella produzione.

In altre parole quel paese, a torto o a ragione considerato la Mecca prossima o forse già attuale (nonostante i copiosi rinculi subiti dagli occidentali su quel fronte nell’ultimo decennio) per gli sbocchi della produzione vinicola mondiale, sta fissando paletti destinati a influenzare la percezione, quindi prezzo, quindi le vendite, quindi le politiche, quindi le strategie legate al prodotto.

La Cina dunque non si limita in realtà a stabilire una “via propria” al rating del vino, finalizzata come dicono a una più facile comprensione da parte del consumatore o a un più facile adattamento della bevanda alle abitudini alimentari e gastronomiche locali, cosa che rientrerebbe quasi nella normalità o almeno nella comprensibilità, ma fa ben altro: crea un sistema di valutazione “di stato“, sostanzialmente legale e perciò in potenza vincolante, che non andrà utilizzato discrezionalmente, ma applicato come una norma. Su di esso sarà basata poi la formazione dei formatori vinicoli, quindi la creazione di una vera e propria scuola all’assaggio “nazionalistico” per enologi, funzionari, responsabili del settore. La coerenza del prodotto ai requisiti governativi diventerà di conseguenza non più un’eventualità, ma sostanzialmente una regola.

Leggi qui le conclusioni dell'articolo, con le quattro conseguenze ipotizzate dall'autore.

Non ci resta che capire quali sarannno questi parametri e in quanto differiranno da quelli "standard" della critica internazionale. Prima di dare un giudizio definitivo, tuttavia, bisognerebbe conoscere questo loro futuro metodo. I sommelier cinesi sono estremamente preparati, non penso che sarò così semplice sovvertire completamente i loro parametri di giudizio (S.V.).





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