Miriam Lee Masciarelli, nuova generazione che avanza

di Annalucia Galeone 15/01/20
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Marina Cvetic e Miriam Lee Masciarelli

La maggiore dei tre figli di Gianni Masciarelli e Marina Cvetic è già in pista per portare avanti l’azienda di famiglia, insieme alla mamma.

L’Abruzzo è un territorio autentico, integro, straordinario, mai stato figlio di uffici marketing e comunicazione. Ci sono tante aziende che fanno dei vini molto buoni e il montepulciano è uno dei vitigni più richiesti, servono più interpreti di questa eccellenza, protagonisti che, con coraggio, conoscenza e profonda passione combattano i cliché che a volte ancora si sentono. 

Gianni Masciarelli ha segnato il destino dell'Abruzzo enologico stravolgendo l'ordinarietà. È stato visionario, coerente alla propria intransigenza, incurante dei pregiudizi e mai rassegnato alla mediocrità. Gianni ha introdotto la selezione delle uve, l'allevamento a Guyot e le botti di rovere francese in una regione con una sorte comune alle aree del Sud Italia e una produzione non adeguatamente valorizzata ma destinata al taglio e allo sfuso. Il fato ci ha giocato un brutto scherzo con la sua prematura scomparsa.

Nel 1981 di ritorno dalla Champagne è nata la prima cantina di Gianni. Oggi dai 320 ettari di vigneti si ottengono cinque linee: Classica, Gianni Masciarelli, Villa Gemma, Marina Cvetic e Castello di Semivicoli. Tutte sono espressione delle varietà e del terroir, distribuite in 44 paesi. Il cuore pulsante è a San Martino sulla Marrucina vicino Chieti, le altre tenute sono nelle province di Pescara, Teramo e l'Aquila. L'eredità di Gianni è un pesante fardello e un privilegio allo stesso tempo. 

Oggi, alla guida dell'azienda ci sono Marina Cvetic, moglie e amministratore delegato, e Miriam Lee Masciarelli, la maggiore dei loro tre figli, assieme si occupano di tutto, per capirsi non hanno bisogno di parlarsi. Non è sempre semplice tra due generazioni diverse, e a volte visioni diverse. Sono due donne dal carattere forte ma complementari. Marina è determinata, curiosa e iperattiva. Si dedica con zelo ai figli, ai propri cani, alla passione per l'interior design e il restauro, in azienda ha introdotto i concetti di innovazione e sostenibilità. Il suo segreto? È dormire poco. 

Miriam Lee è laureata in Economia e Management alla Luiss di Roma è la Brand Manager. Sin da piccola ha seguito i genitori nei viaggi di lavoro per conoscere ogni fase della filiera, è cresciuta degustando i grandi fuoriclasse di Barolo, Bordeaux e Borgogna. “Mio padre mi ha dato innumerevoli insegnamenti, era una persona molto saggia - afferma Miriam Lee -. Quello che ho più a cuore è il senso della qualità della vita che mi ha dato. Per saper fare vino, devi aver respirato il bello fin da giovane, inteso come piacere estetico ed intellettuale. Era ossessionato dalla continua ricerca della qualità e dal continuo migliorarsi. Mi ricordo una sua frase ‘la qualità non è qualcosa di cui ci si può ricordare una volta all’anno ma un pensiero costante che ci accompagna da quando ci svegliamo al mattino a quando andiamo a dormire alla sera’. Mi disse una volta che se avessi voluto fare questo mestiere avrei dovuto sapere tutto, dalla vigna, alla produzione, al marketing, alla comunicazione altrimenti era meglio lasciare perdere, e quindi sto seguendo i suoi consigli”. 

Per ogni figlio d’arte arriva un momento nella vita in cui ci si domanda se è una scelta scontata lavorare nell'azienda di famiglia. Miriam Lee a 23 anni è andata in America a fare unesperienza presso un’altra società, soprattutto con l’obiettivo di conoscere meglio i propri limiti, i talenti e le passioni. In quel momento ha capito quale sarebbe stato il suo posto nel mondo. “Il vino europeo ma soprattutto quello italiano è glocal, questa è la nostra forza – sottolinea Miriam Lee -. Glocal significa riuscire a comunicare al mondo valori locali attraverso il vino. Quello che le persone apprezzano di più non sono i tecnicismi del vino ma soprattutto il territorio, la sua storia, la cultura e le tradizioni. Di solito quando sono all’estero parlo due ore dell’Abruzzo e gli ultimi dieci minuti del vino. Per giudicare un'etichetta sono estremamente convinta che bisogna sapere prima da dove viene e di chi è ‘figlio’. In questo modo si parla e si promuove un’intera regione, si crea un brand che va a vantaggio della collettività e non di singoli individui”. 

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