Si fa presto a dire vino (4): I vini borghesi

di Daniele Cernilli 18/10/12
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Si fa presto a dire vino (4): I vini borghesi

Il termine “borghese” ha acquisito negli ultimi decenni un’accezione quasi sempre negativa e molto ideologizzata. Dal fascino discreto di Bunuel al maggio francese, dalle canzoni di Gaber e di De André alle stigmatizzazioni populistiche di destra e di sinistra, tutto ciò che aveva a che fare con borghesi e borghesie è stato visto come qualcosa di malvagio e di ingiusto. I borghesi erano i veri “snob” (che vuol dire “sine nobilitate”, senza nobiltà) e nel migliore dei casi erano quelli che imitavano lo stile di vita degli aristocratici, perché li avevano sostituiti come censo, senza possederne la raffinatezza. Poi rappresentavano la classe cittadina contro la campagna contadina e aristocratica, erano il “mercato” che imponeva i suoi desideri e i suoi gusti. I vini borghesi non sono quelli prodotti “dai” borghesi, ma quelli prodotti “per” i borghesi, da contadini ed anche dagli aristocratici. Almeno in una prima fase le cose andarono così. E i Bordeaux da aristocratici divennero borghesi. Lo divennero i grandi “Chateaux” che facevano parte della famosa classificazione del 1855, voluta peraltro da Napoleone III, imperatore dalle origini borghesi, ma venne addirittura stilata una nuova classificazione, proprio quella dei “cru bourgeois”, per indicare quelle aziende che all’epoca della prima non esistevano ancora. Ciò che cambia è chi tiene il pallino in mano. I nobili vendevano il proprio vino solo dopo molte insistenze, era quello e non si poteva dir nulla. Si doveva ringraziare perché si era ammessi in qualche modo a condividere un piacere, del quale non si aveva diritto, per la magnanimità di chi consentiva l’acquisto.

Quando è il mercato a iniziare a dettare le sue leggi, allora è il produttore che è costretto a prenderne atto e a conformarsi a quelle. Perciò i vini cambiano. Nascono le mode, nasce la critica, nascono i “winemaker”, stilisti del vino, demiurghi fra il produttore ed i consumatori. Nasce la tecnica di degustazione, un sistema codificato per valutare la qualità dei vini. Guarda caso tutto questo nasce in Gran Bretagna e per i vini di Bordeaux, che diventano in breve tempo i vini borghesi per eccellenza, oggetto di ispirazione per molti produttori di tutto il mondo, che li imitano per riuscire ad ottenere legittimazione presso i consumatori più raffinati, che hanno formato il loro gusto proprio alla scuola dei grandi Chateaux. Lo stile, alcune caratteristiche organolettiche precise, l’uso del legno nuovo, dei vitigni bordolesi, il “blending”, sono tutti elementi che stanno alla base della filosofia enologica dei vini borghesi.

Lentamente si diffondono, soprattutto nella seconda metà del Novecento, e da Bordeaux nascono i neo-bordolesi, i vini californiani, molti supertuscan, persino molti vini sono oggetto di “re-styling” alla luce della nuova concezione enologica. Sembrerebbe tutto negativo, invece un aspetto positivo c’è, e consiste nella diffusione che questi vini riescono ad avere. I vini contadini, ed anche buona parte dei vini aristocratici sono prodotti in piccole quantità, molti si possono trovare solo nelle zone di produzione. I vini borghesi no, formano in breve tempo il mercato dei vini di prezzo elevato, sono stabili e abbastanza costanti, viaggiano in tutto il mondo, piacciono in tutto il mondo. Non sono campioni di territorialità, rompono il rapporto con gli elementi più agricoli, la cantina inizia a contare quanto e più della vigna, la ricerca viticola ed enologica è spinta a trovare sempre più la garanzia di costanza produttiva. Se volessi fare una battuta direi che i produttori di Borgogna e Langhe sono gli Jedi, i Neo-bordolesi sono invece l’Impero e rischiano di sentire troppo il “lato oscuro della forza”.

In Italia vini borghesi sono il Tignanello di Antinori, tutti i rossi di Angelo Gaja, molti fra i supertuscan più celebrati, soprattutto quelli prodotti con presenza di cabernet sauvignon e di merlot. Alcuni piccoli produttori sono passati dal fare vini contadini a proporre vini borghesi, e proprio a questo mutamento si possono far risalire le annose polemiche fra tradizionalisti e innovatori che hanno caratterizzato il dibattito enologico in Italia ed in Francia negli ultimi anni. La critica internazionale ancora oggi è assolutamente filo bordolese. Dai Masters of Wine a Robert Parker almeno su una cosa concordano, e cioè che la tecnica di assaggio e di valutazione dei vini ha come centro irrinunciabile l’enologia neo-bordolese. Jancis Robinson una volta scrisse che era difficile per un vino italiano restare tipico e piacere ad un palato non italiano. Una considerazione fin troppo dura.





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